L’ultimo romantico

RIMINI - Notizie sport - mer 15 lug 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport

Tonino Tosi ha continuato per anni a spingere sui pedali pur bersagliato dalla sfortuna

Con aristocratica degnazione, il purosangue, guardando i ronzini che stentano la vita alle stanghe del carretto, concede: Siamo tutti cavalli. Siamo tutti uguali, però noi, sostengono i bolsi quadrupedi, siamo più uguali degli altri e soprattutto siamo un numero sicuramente maggiore.

Ed è proprio per amore d’omologazione, per un istintivo rapporto d’identità, che voglio celebrare un non-vincente, un grande appassionato, un "vecchio" corridore bersagliato da sempre dalla sfortuna, il quale con la cocciuta sopportazione del povero, ha continuato per anni a mulinare sui pedali. Tonino Tosi è stato forse, tra i "cicloamatori" nostrani quello più rassegnato alla sconfitta. Ha portato nel gruppo il suo disincanto con la mestizia di un servo della gleba che accetta la fatica, l'incidente, la ripetitività anonima del gesto ciclistico come una inevitabile disgrazia, un destino crudele dal quale non si può fuggire. Del resto, la sorte sembra avercela con quest’uomo mite, dolce, persino sprovveduto: le cadute, anche brutte non si contano, incidenti gravi hanno costellato la sua "carriera" iniziata nel 1959, a Longwy-Bas in Francia, paese nel quale si era trasferito, insieme alla famiglia nel 1952 quando aveva dieci anni. L’ho ammirato vedendolo testardamente arrancare in coda al gruppo, con le cicatrici in evidenza sulle lunghe e magre gambe, gli occhi vitrei e il cuore che in folle alternanza di diastole e sistole gli squassava il petto.

La fatica e l'imprevisto sono stati i suoi fedeli compagni. Gli esorcismi, gli antidoti per contrastarli tendevano ad esprimersi esclusivamente per formule alchemiche, alla base delle quali, come ingrediente più importante, c'era la speranza che la pozione facesse effetto e che potesse fornire, al bisogno, un paio di gambe nuove. Con codesta convinzione provvidenziale, incoronata da un'aureola scientifica, il corridore si è proposto come un santo di questa nostra religione che è il ciclismo. Per singolare destino gli "eroi" sono candidi, sono soli e sfortunati fino a commuovere. Tonino Tosi assurge, ai miei occhi, a simbolo di testardo e nobile eroismo per quel suo essersi voluto mettere continuamente in gioco pur sapendo di non avere chanches. Correre significa sempre, vincere ed essere sconfitti; trionfare o più prosaicamente rischiare di perdersi in un bagno di fatica e amaro sudore. Detesto chi, ragioniere, con la calcolatrice in mano, annota piazzamenti, tempi, risultati. Detesto le bassezze, le meschinità provinciali di chi impettisce superbo e sì autocelebra campione dopo la conquista di una vittoria in una corsetta paesana.

Forse Tonino è stato l'ultimo romantico in un mondo popolato sempre più da anonimi robots ipervitaminizzati. Conoscendolo s'intuisce la filosofia istintiva di un uomo provato dalla vita il quale cerca, con tenacia, di restare legato alle origini, al proprio sogno giovanile, all’amicizia, ultimi valori in un irredimibile disfacimento esistenziale. Augurargli successi e vittorie mi pare riduttivo. Vorrei, invece, ritrovarlo allegro commensale e riascoltare, una volta ancora le antiche "imprese", allorché, dopo il terzo o quarto bicchiere di vino (chi li conta mai?) comincia a raccontare: Si correva il Grand Prix des Bieres. Era il 1959. Ero in fuga quando...

 

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