La decadenza di paletta e secchiello
Quando una civiltà mostra le sue crepe
I negozi traboccano, le spiagge ne sono pieni, ma in realtà ai bambini non sanno più che farsene
Rassegniamoci: la decadenza del secchiello e della paletta come giochi da spiaggia è irreversibile. Nei negozi l’offerta è decuplicata rispetto agli anni della nostra infanzia, fra i lettini si ammucchiano secchielli, palette e stampini di ogni foggia e colore, sulle passerelle sfilano rassegnati genitori-caddies oberati da sacche zeppe di giocattoli, ma è solo fumo negli occhi. Tutto l’armamentario serve solo a innescare litigi con gli amichetti, o a far venire il mal di schiena a nonna e a mamma che, a fine giornata, devono raccogliere tutte le carabattole. I bambini non sanno più che farsene di quella roba. Molta della quale, peraltro, era già inutile ai nostri tempi.
Vogliamo parlare del rastrellino? A cosa è mai servito, se non a rimanere seminascosto nella sabbia per addentarti i calcagni? E gli stampini a forma di foca, assurdi su una spiaggia della zona temperata, o quelli altamente frustranti a forma di stella marina (ottenere una stella marina con tutte e cinque le punte è un’impresa da Benvenuto Cellini: bisogna cercare sabbia con un particolarissimo tasso di umidità, picchiettarla per una mezz’oretta, rovesciare lo stampino con fulminea maestria e sollevarlo al rallentatore, millimetro per millimetro). La figura del bimbo italico armato di secchiello e paletta, intraprendente colono che passava le vacanze a centuriare la battigia per edificare castelli e scavare canali, da difendere all’ultimo sangue contro gli attacchi dei piccoli barbari germanofoni (è la paletta che traccia il solco, ma è lo spintone che lo difende) è un relitto buono per il prossimo Festival del mondo antico. Oggi fare castelli di sabbia o torte di fango non è più un gioco, ma un passatempo desueto, un’«attività» da riscoprire in qualche laboratorio sotto la guida da animatori preparati. Eppure, per un inguaribile automatismo genitoriale, a un anno d’età il piccino viene equipaggiato con il suo primo set da spiaggia, nella tranquilla convinzione che costruire castelli sia un innato istinto infantile. Dopo cinque minuti, il bebè ha già illustrato alla mamma costernata tutti gli impieghi più anti-igienici e socialmente pericolosi dei giocattoli da spiaggia (mangiucchiarli, sbatterli in testa al vecchietto dell’ombrellone vicino, ficcarseli negli occhi). Il set viene immediatamente sequestrato, e viene restituito al bambino solo verso i tre anni, quando ha già una manualità sufficiente per manovrare una paletta. Come costruttore è ancora immaturo, ma impastare la malta gli piace da matti: pretende che la mamma gli riempia il secchiello d’acqua, e poi lui ci spaletta dentro la sabbia. In pochi secondi il recipiente è murato da una specie di calcestruzzo pesantissimo, che va letteralmente scalpellato via sotto il getto della fontanella, in modo che il pupo possa ricominciare da capo. Dopo quindici o sedici scalpellamenti, la mamma dispone un nuovo sequestro. L’estate successiva il papà si rende conto che il figlio va iniziato all’arte della sabbia, e si siede pazientemente con lui sotto l’ombrellone per insegnargli i primi step: riempire bene il secchiello, capovolgerlo con abile mossa, sollevarlo e, voilà, ecco una torre! Ma, vuoi che non c’è più la sabbia di una volta, vuoi che questi cinesi non sanno fare i secchielli, il risultato è sempre un rudere che spaventerebbe Bertolaso. Al quindicesimo tentativo, finalmente papà realizza una specie di grosso budino screpolato, ma il figlioletto è già a giocare a gavettoni con i figli del bagnino. Vuoi mettere?
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