Santarcangelo 39 tra lodi, scoperte e perplessitą
Commenti e riflessioni sull’edizione appena conclusa del festival
Bilancio positivo per affluenza di pubblico
La scommessa di Chiara Guidi di un Festival che veste Santarcangelo di musica e coralità si può considerare vinta. Il paese in effetti risuona, pulsa di nuova energia, si riempie di spettatori curiosi che si aggirano fra le stradine del borgo. Un punto di forza è stato, infatti, la concentrazione degli spettacoli nei punti nevralgici e non della città, luoghi da scoprire, sconosciuti anche ai santarcangiolesi che hanno visto il centro rianimarsi in tutti i suoi meandri. Il limitare i viaggi in macchina e le escursioni nell'entroterra, sebbene ricco di posti meravigliosi, ha contribuito a rendere più vivace e meno dispersivo il festival. Gli esperimenti poi di teatro diffuso, affidato a centinaia di gruppi in strada per Santarcangelo Immensa, selezionati tramite un bando che ha raccolto 210 proposte provenienti in gran parte dal territorio, ci ha fatto rivivere la Santarcangelo delle origini, quella popolata di musicanti e di artisti di strada. Emblema ne è stato la marcia di oche, caprette e uccelli dell'allevatore Toma che ha rallegrato le stradine della città. Un primo bilancio è dunque positivo sia per l'affluenza di pubblico che per il gradimento. Altra nota di merito la modalità dello spettacolo breve: gli spettacoli durano in media 20 minuti e permettono più visioni nella stessa serata senza imporre il tour de force a digiuno e in debito di liquidi da uno spazio all'altro per le salite del borgo. Molto seguiti e sempre sold out sono stati, nel primo weekend, gli spettacoli di sperimentazione di Richard Maxwell e Alvin Lucier. Applauditi anche Burrows e Fargion che hanno divertito il pubblico con il loro nonsense. Anche i giovani hanno strappato consensi: Felix Thorn, con le sue macchine sonore; Filippo Tappi; i due giovani artisti giapponesi Yoshimasa Kato e Yuichi Ito. Interessante quanto inquietante il lavoro di Muta Imago: lo stato d'animo della protagonista si percepisce nei suoni del buio di una stanzetta claustrofobica ma suggestiva. Qualche perplessità sullo studio di Kinkaleri: la donna imbellettata che ritaglia giornali e ci fa conoscere il suo flusso di coscienza attraverso il suo talento di ventriloqua stanca già dopo qualche minuto. Troppo sforzo immaginativo richiede anche la performance di Masque teatro che, nonostante il titolo (La macchina di Kafka), di Kafka richiama ben poco. Affascinanti però le macchine del suono: un pianoforte Disklavier che suona da solo e un portabottiglie animato che fa tintinnare il vetro creando un'atmosfera tenebrosa. Ingegnosi, infine, Fanny & Alexander che trasformano due stanze in uno strumento musicale. Il soffitto dell'una è pavimento dell'altra i cui listoni del parquet, sollevati come enormi tasti di un piano, vengono suonati da Chiara Lagani con piedi, mani, ginocchia provocando suoni nella stanza sottostante. Peccato per Arnaldo Foà che, per problemi di salute, non ha potuto far rivivere il capitano Achab.
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