Francesco Montanari, attore tornato a fare il bagnino

RIMINI - Notizie cultura - mer 15 lug 2009
di Lorella Barlaam

Dai Motus alla zona 41 passando per l’Empty Space

“Il mio teatro oggi è la spiaggia”

Rimini è un palcoscenico, si sa. E i riminesi accettano di buon grado di fare la loro parte di attori su un immaginario set felliniano. Ma il nostro territorio è fertile anche di molto teatro vero, che fa ricerca e porta le sue esperienze in Europa. E c’è chi risponde a tutt’e due le chiamate alla ribalta. Come Francesco Montanari, attore ristoratore e bagnino. Un riminese doc, perciò.

Francesco, come sei diventato attore?

«Ho studiato a Milano, alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Avevo accompagnato un amico ai provini e invece hanno preso me. Otto ore di lezione al giorno per quattro anni, il primo anno piangevo tutti i giorni. Avevo un insegnante giapponese che veniva dal NÔ, è stata durissima: lavoravamo sulla presenza del corpo. Per me il teatro è sudore, è fatica, è un lavoro da operaio, come quello di mio padre. Poi mi ha preso “L’impasto, comunità teatrale nomade”, e sono partito in tournèe con loro. Intanto avevo deciso di tornare a Rimini: mi mancava il mare, il mare d’inverno, mi mancava la mia città con i suoi legami. E poi la Romagna è una fucina di fatti teatrali.»

Splendid’s:  due anni in tournèe con i Motus…

«I Motus mi sono sempre piaciuti, dai loro primi lavori su Beckett. Io sono una persona pratica, un artigiano e con i Motus, anche se loro facevano teatro d’avanguardia di un tipo esteticamente preciso e strutturato, questa dimensione era abbastanza presente. Ho partecipato a un loro laboratorio all’Arboreto e nel 2002 mi hanno associato al progetto “Splendid’s”, da un testo di Jean Genet. Abbiamo girato per due anni negli alberghi in Europa, dove allestivamo un set ogni volta diverso, per uno spettacolo con la giusta ironia e un grande rispetto verso Genet. E’ stata un’esperienza strepitosa, sono poche le compagnie che girano in Europa, così famose. Dallo spettacolo abbiamo poi girato un film.»

Buio/luce.  Apri un locale…

«“Colpa” del funerale di papa Woytila… per Argo Navis nel 2005 avevo preparato “Il camminatore lento” dovevamo debuttare il 7 aprile. Era il giorno dei funerali del papa… e anche se lui parlava dell’arte come epifania, da noi i teatri si sono fermati. Così avrei fatto una replica sola, in cui non sarebbero venuti i critici.

Ho cominciato a pensare che forse era un segno… e ho cominciato a lavorare come bagnino dai miei, alla zona 41. Poi è venuto L’Empty Space, con Gabriele Galli, spesso Nicola Ciotti, Fabio e Vito in cucina. Non solo un ristorante ma un luogo in cui succedono delle cose, tra cui mangiare. Con una cucina non convenzionale, abbinamenti inusuali e serate a tema tra cibo, cinema e teatro. Non ho abbandonato il teatro, ma per adesso va bene così.»

Cosa c’è in comune tra le tue vite?

«Il senso è far fare un’esperienza: alla base del teatro contemporaneo, c’è l’idea di far provare. E nel cucinare metti insieme un sacco di sensi. Un ristorante in fondo è un palcoscenico, con lo stesso rapporto diretto con la gente. E tu sei a servizio del pubblico. Puoi usare tutte le tecniche che vuoi ma se non sei vero non sei vero.»

 

 

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