Prima pagare, poi protestare

RIMINI - Notizie primo piano - mer 01 lug 2009
di Stefano Cicchetti

Italia, patria del diritto (a rovescio)

Lunghe file agli sportelli Aci: fioccano lettere di contestazione anche per chi il bollo lo ha pagato

Arriva la lettera, intestata “Regione Emilia-Romagna”, che grosso modo recita: lei non ha pagato il bollo per l’anno 2007. Siccome invece il bollo non solo l’ho pagato eccome, ma posso anche dimostrarlo, passo a leggere i possibili passi successivi: raccomandata, invio dei dati tramite internet, etc. Scelgo quello che appare meno oneroso, cioè recarmi di persona in un ufficio Aci. Primo errore: l’ufficio è zeppo di gente e quindi se ne andrà la retribuzione di almeno un’ora di lavoro. Anche perché, maledetta iella, proprio quel giorno non funziona nemmeno il ticket salvafila e non si può fare altro che aspettare il turno sul posto. L’attesa non si rivela però del tutto inutile. Serve a scoprire che praticamente tutti i “clienti” hanno in mano la stessa lettera. Il problema non è però sempre il medesimo: a qualcuno viene contestata una cifra sbagliata, ad altri un ritardo nel pagamento. Istruttive anche le conversazioni fra il cittadino e l’impiegata, fra l’altro svolte in totale assenza di privacy. L’unica addetta allo sportello è un’anziana signora munita di una tale pazienza che al confronto Giobbe finirebbe nel girone degli iracondi. Inoltre riesce a trovare sempre le parole più cortesi per esprimere il medesimo, implacabile concetto: lei avrà anche ragione, ma deve pagare. Non sempre, per fortuna: la casistica comprende anche chi ha pagato in un ufficio Aci ma, pur non essendo più in possesso del tagliando, la cifra risulta dal terminale dell’impiegata. E allora perché la contestazione? Risposta: “A Roma non lo sanno”. Roma? Ma a scrivere non è la regione? Comunque per tutti gli altri non c’è scampo. Non per chi ha pagato, ma ha demolito o venduto il mezzo e non ha conservato la documentazione. Non per chi ha pagato indicando una targa sbagliata, anche se il bollettino era stato compilato proprio da un impiegato Aci, e per giunta l’errore si era ripetuto “in automatico” negli anni successivi: “Lei aveva il dovere di controllare i dati”. E il ritardo nel pagamento? La mora non doveva risultare immediatamente al momento del versamento? Dovrebbe, ma non sempre succede, a quanto pare. Specie se si è osato rivolgersi “altrove”, cioè in un ufficio postale o in una tabaccheria. Inutile specificare che molti cittadini sono anziani che a malapena si districano fra terminologie e scartoffie. E che non pochi sono titolari di ditte che delegano le incombenze a qualche ufficio esterno e non sanno proprio cosa sia potuto accadere. Finalmente è il mio turno. Esibisco trionfante il contrassegno, ma, avendo saldato il conto presso una famigerata tabaccheria, per sicurezza chiedo se al terminale i miei soldi risultino. Ci sono, è tutto a posto. E allora non posso trattenermi dal reiterate la domanda: perché allora la solerte amministrazione centrale mi invia questa missiva? La risposta non può mutare, pur se con una piccola, quanto surreale aggiunta: “A Roma non lo possono sapere. Poi le tabaccherie non sempre inviano le lettere”. Lettere? E perché non tam tam o segnali di fumo? Il tecnologicissimo servizio di Lottomatica per essere valido necessita di una conferma tramite un’obsoleta comunicazione scritta e francobollata? Ma perché porsi questi quesiti, quando mi è andata così bene? Infatti sono fra i pochissimi che non devono mettere mano ai portafogli. Ma siccome è la seconda volta in tre anni che ricevo questo tipo di contestazione, mi si insinua un altro sospetto. Non è che le lettere vengono “sparate nel mucchio”, contando proprio sul fatto che molti, per un motivo o per l’altro, a distanza di anni non si ritrovano più la prova della propria “innocenza”? Lo dico anche, alla gentile signora, la quale mi sorride benevolmente come a dire: “Già, chissà?”. Solve et repete, dicevano i latini: prima pagare, poi fare ricorso. In Italia, “patria del diritto”, di tutti i principi giuridici solo questo pare il più inattaccabile. E cioè il concetto più barbaro e meno civile di tutti, quello che considera il cittadino come suddito. A lui tocca il peso di provare la propria correttezza anche quando è vittima di una negligenza, se non di una furbata o di un sopruso, da parte del Potere.

 

 

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