Senza cuoche a scuola si rischia l'analfabetismo gastronomico
Mentre al Museo della Città sta nascendo un luogo per valorizzare i buoni prodotti del territorio, le cucine di asili nido e scuole materne vengono spersonalizzate
Si vorrebbero adulti in grado di comprendere il buono, ma si dimentica l'educazione al gusto
Chi ama mangiare bene sa che il cibo, la storia di ognuno di noi col cibo, ha radice antica, sta nei ricordi, nei profumi della nonna che cucina il ragù, nel vociare delle donne di casa che preparano la passata, nell'albicocca strappata da un ramo, nel primo cappelletto bitorzoluto fatto a mano la viglia di Natale, in quell'aroma di grigliata portato dal vento nelle vie di San Giuliano, nel bicchiere di vino che lo zio esperto alza al cielo come fosse il calice dell'ultima cena... Non ci sono gourmet nati dalla pausa pranzo fatta con i panini chiusi nel cellophane, nutriti con la pasta scotta delle cucine centralizzate, educati con le tabelle caloriche delle Ausl. A tutti capita di commuoversi a vedere le tagliatelle ai piselli come quelle della zia Marta, ma anche la pasta al sugo che ti ricorda la scuola, la cuoca rubiconda, i primi passi nella vita. Ma non ci sono moti di commozione verso i contenitori, quasi delle casse militari, di pasti caldi delle ditte specializzate, non scende la lacrimuccia a rivedere i padelloni sigillati del cibo che arriva senza sapere neppure chi l'ha cucinato. Se l'indimenticabile critico del film animato Ratatouille fosse stato cresciuto a pasti confezionati in cucine centralizzate per la ristorazione collettiva la storia del piccolo topo chef avrebbe avuto un finale diverso. Un finale di plastica. Molto spesso gli adulti, anche chi amministra una città, dimenticano di essere stati bambini.
A Rimini il 19 giugno in occasione del Festival del Mondo Antico si terrà un convegno dal titolo “Enogastronomia e cultura del turismo”. È il preludio della nascita, all'interno dell'area del Museo, di un punto di ristoro, una sorta di taberna romana finalizzata a far conoscere ai viaggiatori, ai turisti, i buoni prodotti locali. Il tutto con la benedizione del Comune di Rimini. Intanto il 15 giugno, con ogni probabilità (mentre scriviamo la questione non è ancora chiusa, ma quando leggerete dovrebbe esserlo), partirà la gara d'appalto per esternalizzare (che brutta parola) le cucine degli asili nido e delle scuole materne comunali. Niente più cuochi e cuoche nelle scuole, ma pasti fatti da altri, fuori, pensati per rispettare un capitolato d'appalto e al tempo stesso trarne profitto. Mentre si aspettano i turisti golosi, si creano degli analfabeti gastronomici, si esternalizza il pensiero stesso del cibo, del prepararlo. Questione di soldi, dice in pratica il comune. Ma come si fa ad immaginare una politica a favore della buona tavola, dei prodotti tradizionali e del territorio, se si fa in modo di smantellare le strutture primarie del cibo, i luoghi dell'apprendimento gastronomico, dove i sapori si incontrano e si scambiano. Senza dimenticare che gli asili nido e le scuole dell'infanzia sono i primi luoghi di incontro con i bambini che provengono da mondi nuovi e il cibo è il primo benvenuto (o malvenuto) che una comunità può offrire. Provate a parlare con gli italiani emigrati in Germania, Belgio, Svizzera, Argentina, Stati Uniti... Tutti ricorderanno il cibo come occasione d'impatto, spesso infelice, con i nuovi mondi. L'orribile ricordo delle pause pranzo nelle miniere del Belgio è ben diverso dal ricordo della vita durissima di chi è finito nelle fattorie della Germania dove però a mezzogiorno le patate e i crauti avevano almeno il sapore di una cucina di casa. È evidente che chi crede nel futuro gastronomico di un territorio e della sua cultura deve investire nei luoghi del cibo: prima di tutto le scuole, dove il ruolo delle cuoche e delle cucine dovrebbe essere potenziato, non smantellato, dove ai bambini dovrebbero essere mostrati i cibi, dove si possono sentire gli odori di buono. D'infanzia.
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