RIMINI Alla riscoperta di Elisabetta Sirani
RIMINI - Notizie Storia Borgo S. Giuliano - mer 05 nov 2008
di Luca Vici
[{Scomparve a soli 27 anni ma realizzò ben 200 opere}
La pittrice bolognese fondò anche un’accademia filosofica aperta alle donne]
La vita di Elisabetta Sirani fu assai breve - morì a soli 27 anni - ma davvero molto intensa. Così come un altro grande artista morto alla stessa età, Masaccio, Elisabetta fu precoce nell’apprendere la tecnica pittorica e in soli dieci anni di attività riuscì a realizzare ben 200 opere, una quindicina di incisioni e moltissimi disegni..
Nacque l’8 gennaio del 1638 in una Bologna fiorente e ricca di stimoli culturali e artistici, da un padre mercante d’arte e pittore, Giovanni Andrea Sirani, il quale però cercò sempre di ostacolare le aspirazioni artistiche della figlia. Che però nel ‘600, per quanto rare, non erano affatto sconosciute alle donne. Basti pensare a Properzia de’ Rossi, unica scultrice nella storia dell’arte italiana fino all’Ottocento; Lavinia Fontana, Caterina Vigri e tante altre, compresa Artemisia Gentileschi, che forse è oggi la più famosa tra le artiste secentesche, anche per la sua vita travagliata.
Il primo incarico pubblico fu affidato alla Sirani quando aveva solo 17 anni. Subito la sua opoera fu molto ricercata, amata e stimata, soprattutto per i suoi ritratti particolareggiati e caratteristici, che firmava inserendo il suo nome in un bottone o in un merletto.
Ma Elisabetta Sirani si interessò anche di altri aspetti culturali. Prese lezioni di musica, imparando a suonare e a cantare. Leggeva spesso libri filosofici e fondò persino una piccola accademia tutta privata e aperta alle donne: in tale struttura si prestò ad insegnare, dapprima alle sorelle e poi ad altre donne. le tecniche del disegno, della pittura, dell’arte in genere.
Nella pittura di Elisabetta si possono rintracciare influenze di maestri bolognesi come i Carracci, ma soprattutto di Guido Reni. Il padre Giovanni Andrea Sirani ne era stato allievo e amico, ma poi se ne era staccato per motivi mai chiariti. Ancora oggi il nome di Elisabetta è accanto a quello del Reni, sulle
rispettive tombe nella basilica di San Domenico a Bologna.
Riguardo alla sua opera riminese, al tempo di Carlo Francesco Marcheselli, autore del volume “Pitture delle chiese di Rimino” pubblicato nel 1754, l’opera era attribuita appunto a Elisabetta Sirani. Ma solo una ventina d’anni più tardi, l’erudito bolognese Marcello Oretti nel suo viaggio riminese del 1777 la annotava genericamente come della “scuola di Guido Reni”, ipotizzando implicitamente che potesse trattarsi anche del padre di Elisabetta, ossia Giovanni Andrea Sirani.
Pare strano che un personaggio del tempo come Carlo Cesare Malvasia, affascinato dalla giovane artista, abbia tralasciato la tela della chiesa di San Giuliano, nel compilare l’elenco minuzioso delle opere della Sirani.
Solo di recente il dipinto è stato incluso nell’elenco delle opere della pittrice da parte di Fiorella Frisoni, tuttavia senza alcun commento.
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