La mamma ciclista riminese
Eroismi moderni
Solo lei è capace di pedalare nel traffico carica di figli, borse e borsoni
Qual’è l’attrazione cittadina più fotografata dai turisti? Non l’Arco d’Augusto né il ponte di Tiberio, né tanto meno la Casa del Chirurgo, di cui i riminesi sono così gelosi da non aver predisposto in città nemmeno uno straccio di cartello che ne indichi l’ubicazione ai forestieri, molti dei quali ripartono senza sospettare di aver “bucato” uno dei siti archeologici più straordinari d’Italia.
No, il soggetto più immortalato dagli obiettivi dei turisti sono le mamme riminesi in bicicletta. Mi riferisco a quelle donnine – in genere giovani e minute - che sfrecciano in città con due o più puponi sistemati su seggiolini anteriori e posteriori delle dimensioni di una poltrona Frau, più borse della spesa e borsoni da spiaggia. Al confronto, la madre peruviana che si inerpica sulla Cordigliera andina con il figlioletto legato sulla schiena è una scansafatiche, e il ciclotaxista di Hanoi è un pappamolle.
La mamma riminese in bici è una sfida alle leggi della fisica, e forse anche a qualche altra legge. Quando la vedono passare, i turisti sfogliano ansiosamente la guida, domandandosi come mai non menzioni una figura così straordinaria e pittoresca. Vorrebbero andare a tastare i bicipiti della mamma, per verificarne la potenza, o accertarsi che i bambini non siano bambolotti di gommapiuma. Non potendo, si limitano a fotografarli, chiedendosi se per caso queste signore dalla forza insospettabile non appartengano tutte alla Nazionale di sollevamento pesi. Come possa una donna fragile e magra manovrare con tanta disinvoltura e sicurezza un trabiccolo sovraccarico che pesa il triplo di lei, è in effetti un mistero. E misteriosi sono anche i sentimenti del marito, che probabilmente sta circolando in beata solitudine a bordo di un Suv grande come un vagone ferroviario, mentre la sua famiglia si esibisce in un numero degno del Circo di Pechino, ammassandosi a mo’ di piramide umana su una bicicletta da donna. Con la differenza che nemmeno a Pechino sarebbe consentito eseguire il numero con bambini sotto i tre anni lungo una pseudociclabile come quella del parco Cervi.
La mamma riminese in bici è un paradosso su due ruote. E’ una strana specie di centauro, metà Svezia e metà Terzo mondo. L’uso della bici in città, i seggiolini tecnologici su cui siedono bimbi biondi e paffuti fanno pensare alla Scandinavia. La sproporzione fra la mole dell’eterogeneo carico trasportato e la corporatura della mamma ciclista, la sua eroica pazienza nell’issare pargoli e borse sulla bici, il rassegnato coraggio con cui affronta un traffico mortale, evocano certi paesi poveri dove la vita delle donne è solo fatica quotidiana e solitaria. Per questo la mamma ciclista riminese viene guardata con un misto di stupore (ma dove la tiene, tutta quella forza?), di ammirazione (che brava a non usare la macchina!) e di pena (poveretta, che mazzo deve farsi, si vede che non ha altra scelta). Lei continua a pedalare, imperturbabile. Sa che la mano che governa il mondo non è quella che dondola la culla, come dice il vecchio proverbio. E’ quella che tiene il manubrio.
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