La Tv chiude la porta al giornalismo d’inchiesta
Dove va questa professione? Intervista a Roberto Morrione, membro della giuria del Premio Ilaria Alpi
“Le nuove tecnologie sono una risorsa. E non è vero che i telespettatori chiedono solo gossip”
Mai come oggi c’è la necessità di un’informazione coerente, onesta, profonda. Un’informazione figlia di un giornalismo capace ancora di consumare le suole delle scarpe per andare in giro a cercare storie da raccontare, eventi da comprendere. Un giornalismo all’instancabile ricerca della verità. Il Premio Ilaria Alpi, dedicato al giornalismo televisivo d’inchiesta, offre lo spunto per ragionare su dove sta andando questa professione. Lo facciamo con Roberto Morrione, membro della giuria del premio, già direttore di Rai News 24.
Il giornalismo d’inchiesta lo si può praticare come faceva Ilaria Alpi, lontano da casa, in mezzo ai pericoli, ma anche in Italia, affrontando temi sociali, comunque sempre sul campo. Non le chiediamo di quantificare la bontà dei servizi finalisti di quest’edizione del Premio – la risposta sarebbe scontata - piuttosto qual è, a suo parere, il livello medio del giornalismo italiano.
“Al Premio sono arrivati tantissimi lavori di ottima qualità, a dimostrazione che c’è un potenziale di giornalismo d’inchiesta televisivo molto alto. Il problema, drammatico, è che questo potenziale non riesce a trovare spazio nella programmazione televisiva. A parte poche eccezioni tipo Report e poco altro, le inchieste giornalistiche trovano spazi molto ridotti in palinsesti progettati per un tipo di consumo legato al gossip e a falsi valori, comunque non alle tematiche reali della vita dei cittadini e del Paese. E non è vero che è ciò che il pubblico richiede: cito il caso del servizio sul fosforo bianco nella battaglia di Fallujah, quando dirigevo Rai News 24: ogni volta che passavano quei servizi gli ascolti avevano delle impennate. La questione è che c’è una deriva culturale che in qualche modo emargina i giornalisti d’inchiesta”.
Cos’è diventato oggi il giornalismo ai tempi di internet?
“Le nuove tecnologie aprono prospettive diverse che non annullano gli spazi dell’inchiesta classica. I nuovi mezzi tecnologici casomai consentono di alleggerire molto i costi, ma, ripeto, il problema non è della tecnologia, bensì delle scelte a monte dei grandi network, che continuano ad avere come punto di riferimento la tv generalista analogica. Inoltre ci sono stati eventi particolarmente drammatici, dalle Torri Gemelle allo tsunami, che hanno creato quello che si chiama giornalismo diffuso, con tanti cittadini che possono diventare protagonisti dell’informazione”.
Tutto questo ha però anche i suoi lati negativi.
“Effettivamente nel web sfruttare la disponibilità di forza lavoro precaria è una tentazione molto forte per gli editori, e d’altro canto internet può far nascere nel giornalista la voglia di usare delle scorciatoie. Ma col copia e incolla non si va da nessuna parte: internet è utile, ma solo per il giornalista che mette a frutto il proprio bagaglio di esperienza, cultura e preparazione”.
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