Così sognò Bellavista

RIMINI - Notizie primo piano - mer 17 giu 2009
di Stefano Cicchetti

La retrocessione del Rimini

La bella storia è finita, ma al mare si continua a sorridere

Sabato scorso, chi verso sera si è trovato a Rimini a metà strada fra lo stadio e il mare ha vissuto una sensazione che solo in questa città si può provare. Da una parte arrivavano le grida e i cori dei tifosi; più che altro anconetani, purtroppo. Dall’altro, la consueta colonna sonora della riviera di notte: musiche e annunci rimbombanti, applausi, risate. Per i cuori dei biancorossi riminesi, uno strazio. Ma forse minore, senza dubbio diverso, rispetto a come si vive una retrocessione calcistica in una “normale” città italiana. Sorridere e far sorridere è il nostro mestiere. A volte, come in questa occasione, il mestiere è crudele. Ti costringe a mandare avanti lo spettacolo anche quando non ne avresti nessuna voglia. Ma ti aiuta anche a collocare le cose in una dimensione differente. E va bene, il dramma è consumato. Ma è un dramma largamente annunciato. Non si può restare in B quando lo stadio non registra il tutto esaurito nemmeno per la “partita della vita”. Quando la fantastica avventura nella serie cadetta si deve non a un imprenditore cittadino, ma ad un compianto, grandissimo presidente arrivato pressoché da Cesena. Una fortuna, l’arrivo della Cocif dopo il fallimento societario, che si è dimostrata immeritata. Siamo fatti così, poche storie. Nella nostra provincia c’è una delle percentuali più alte d’Italia di sportivi praticanti, ma la passione si spalma - e con grandi eccellenze - su tutte le discipline, fino alle meno frequentate come il baseball, il pattinaggio, il triathlon. Qui la monocoltura del pallone non ha mai attecchito. E chi ha i mezzi, non ha mai ritenuto di doverli impiegare come si usa nel resto della penisola, immolandoli sull’altare delle curve. Un bene? Un male? Certo dispiace che una bella storia sia finita in questo modo. Ed è stata bella davvero, perché il povero Vincenzo Bellavista non aveva saputo solo costruire una società praticamente dal nulla. Oltre a ciò aveva impartito al mondo del calcio nostrano un’infinita serie di lezioni: di stile, di serietà, di capacità gestionale, di competenza tecnica. Aveva voluto una squadra che innanzi tutto sapesse divertire, appagando anche i palati più fini. Aveva ingaggiato campioni su campioni, molti dei quali oggi in serie A, spesso andandoli personalmente a pescare dall’anonimato. Il sogno di Bellavista meritava certamente di più. Così non è stato. E a noi non resta che sorridere e far sorridere. E’ il nostro mestiere. Non peggiore di tanti altri, ammettiamolo.

 

 

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