Ma che ci fa un pedone sulle strisce pedonali?
Morire di traffico
Il pluriomicidio di via Euterpe che abbiamo già dimenticato
Il traffico, enorme, efficientissimo tubo digerente, ingoia e metabolizza le sue tragedie in tempi rapidissimi, lasciandosi dietro rimorsi che durano lo spazio di un ruttino al monossido di carbonio. Quando queste righe verranno pubblicate, l’orrore per il pluriomicidio (questo è il suo nome) di via Euterpe si saranno già spenti. Centinaia e centinaia di automezzi saranno passati – ovviamente, senza rallentare – su quelle strisce pedonali insanguinate. E siccome è più facile che i pedoni imparino a volare che gli automobilisti imparino a rallentare, i due poveri nonni falciati davanti al Garden e il loro meno sfortunato nipotino non saranno certo le ultime vittime della Filibusta del volante che infesta le nostre strade.
Nella viabilità riminese, il cittadino appiedato riminese è abituato a sentirsi considerato alla stregua di un acaro della polvere sul tappeto di un salotto: un minuscolo, fastidioso parassita che provoca reazioni allergiche. Ma è davanti a un attraversamento pedonale che lo sventurato tocca con mano (e a volte, disgraziatamente, anche con parti vitali del corpo) la sua condizione di senza-diritti. Nessun conducente, a prescindere dal sesso e dall’età, sente il dovere di rispettare quel corridoio protetto che dovrebbe consentire ai pedoni di arrivare vivi sul lato opposto della strada. La legge e la logica sono completamente ribaltati: è il pedone a dover lasciar scorrere le automobili. Come se il pericolo fosse lui, con il suo inerme corpiciattolo, e i paraurti servissero in realtà a proteggere le auto dall’impatto contro bimbi dell’asilo e vecchiette osteoporotiche. (Forse nell’universo parallelo e psicopatico degli automobilisti circolano fosche leggende metropolitane su vecchietti indistruttibili come tronchi di sequoia, sui cui lombi si accartocciano miseramente Suv e berline.)
Del resto, l’atteggiamento dei vigili rispetto al pedone investito somiglia vagamente a quello degli sbirri all’antica davanti alla vittima di uno stupro. Se sopravvive, è lui a dover dare spiegazioni. Perché ha attraversato proprio in quel momento? Perché non si è sbrigato a sgomberare le strisce, veloce come un leprotto? Perché non ha usato il comodo sottopassaggio un chilometro più in là? Andiamo, in fondo se l’è cercata, non avendo rispettato le leggi non scritte della sopravvivenza stradale.
Per il conducente che non ha rispettato le leggi scritte del codice della strada, scatta la comprensione: era stanco, abbagliato dal sole, aveva fretta di andare al lavoro, aveva un figlio malato che aspettava a casa (mentre, com’è noto, il pedone non è mai stanco, il sole gli fa un baffo, non va mai a lavorare e a casa sua stanno sempre tutti bene). E se proprio non ha scuse, l’automobilista può avvalersi dell’«E’ spuntato all’improvviso», come se l’ultima cosa che potesse aspettarsi di veder apparire sulle strisce pedonali fosse un pedone.
Se un conducente riminese frena davanti a una persona che sta per passare sulle strisce lo fa solo perché in quel momento non ha fretta, o perché ha appena lavato la macchina, o perché la persona con cui sta parlando al cellulare gli ha detto qualcosa di sconvolgente, e d’impulso il piede gli è scattato sul freno. «Bisogna modificare i comportamenti collettivi e individuali,» ha sentenziato giudiziosamente l’assessore alla Sicurezza. Okay, assessore, ma diamoci una mossa. Lo studente cinese che in piazza Tien An Men sfidava a piedi il tank di Deng Hsiaoping rischiava meno del nonno riminese che attraversa le strisce in via Euterpe davanti a una Golf targata San Marino.
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