Nu fa e’ pacon
Le nostre parole
Un termine che viene usato sempre meno ma impersonato sempre di più
“Gverda che pacon!”. “Nu fa trop e’ pacon”. “L’era in piaza che feva e’ pacon”. Ecco una parola usatissima nel nostro dialetto, ma che il volgare italo-romagnolo poco utilizza, preferendogli di solito sburone o tutt’al più sbucione. Pacon fra le mura di Rimini, pacoun nel contado, pacone nelle rare volte in cui viene ancora usato, è infatti il vanesio, lo sbruffone che si pavoneggia, il superbo.
Poco si è indagato su questo vocabolo. E sarebbe davvero affascinante, se avesse un minimo di fondatezza, un’origine che porta nell’Egitto del primo cristianesimo, fra i monaci della Nitria.
La Nitria è un territorio a sud-est di Alessandria in prossimità del deserto e caratterizzato da vallate e montagne. Là fin dal 330 circa vivevano dei monaci, in grotte o celle, con una organizzazione comunitaria semplice ma rigorosa. Il nemico da combattere costantemente era una sessualità personificata dal "demonio". Una testimonianza su questa comunità si deve al vescovo Palladio (ca. 364 – 431), che nell'Historia Lausica (lausae erano chiamati gli insediamenti monastici) narra: « Un monaco del deserto racconta che per dodici anni fu tentato notte e giorno dal nemico, e vistosi in balia della passione, penso che Dio lo avesse abbandonato, perciò decise di morire anziché vivere nella vergogna della passione carnale. Allora usci dall’eremo in cui viveva e vagò nel deserto fin quando non trovo la tana di una iena: si spogliò e si mise nudo nella tana aspettando di essere divorato. Dopo vari tentativi senti una voce che gli diceva: "vattene, Pacone, lotta; ho fatto in modo che tu fossi dominato dal Nemico, perché non ti insuperbisca pensando di essere forte, ma al contrario riconosciuta la tua debolezza, non confidando troppo nel tuo regime di vita, ricorressi all’aiuto di Dio" ».
Per quanto fortissima sia stata in Romagna l’influenza bizantina, e quindi delle Chiese orientali, pur con rincrescimento riesce tuttavia difficile credere che la santa superbia del monaco egiziano Pacone sia da noi passata a designare la caratteristica del gradasso.
Invece, stando all’assonanza, pacon sembrerebbe avere che fare con “spaccone”, termine di origine germanica in quanto il nostro verbo “spaccare” si deve al tedesco altomedievale spachen, che nel tedesco moderno diventa spach, e sta per “scheggia, germoglio che si spacca per aridità”.
Però una traccia di tutt’altra pista la fornisce il “Vocabolario bolognese-italiano” di Claudio Ermanno Ferrari (1853), che alla voce Pavon traduce: “Paone, Pavone. Pagone…”.
Pagone era dunque una forma arcaica di pavone, che del resto in catalano si dice tuttora pago. La voce greca taon - da cui il latino paon, pavon - verrebbe secondo alcuni da un originario takon, e questi dal sanscrito tukki-jim. Certo è che niente, nella Romagna rurale, poteva rendere l’idea del nostro pacon quanto la ruota del pavone. Oggi efficacemente aggiornata nel ruotone cromato di un fiammante suv.
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