I duellanti

RIMINI - CESENA - Notizie sport - mer 20 mag 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi dello sport riminese

Franco Magnani e Sergio Fabbri, vent’anni di rivalità in pista e sulla strade

Ritrovo nelle illustrazioni in bianco e nero dell’ormai arcaico Sport Illustrato, i volti quasi imberbi di Franco Magnani e Sergio Fabbri. Chi sono mai costoro? Franco Magnani di Cesena (classe 1938) e Sergio Fabbri di Rimini (1939), diedero vita per oltre un ventennio (con l’esclusione degli anni compresi tra il 1961 ed il 1965, periodo in cui Magnani corse tra i professionisti) ad un vera e propria contesa sportiva. Codesta rivalità, come nel racconto di Conrad: “Il duello”, che vide gli ufficiali dell’esercito napoleonico D’Hubert e Feraud, protagonisti di una controversia assurda che si protrasse per buona parte della loro esistenza, ha caratterizzato il “destino” di questi due atleti straordinari.

Va detto, ad onor del vero, che le carriere dell’uno e dell’altro non reggono il confronto, tanto quella di Franco Magnani, surclassa quella di Fabbri, il quale non fece mai il salto di categoria restando perennemente un dilettante ma, facendo la storia del quotidiano, dell’anonimo, di tutto ciò che pare insignificante, dimenticato, sepolto, riscopro, scrivendo di questi due antichi ciclisti, “ferite di gioia” e m’illudo che la giovinezza non sia irrimediabilmente perduta.

Ricordo le mattine in cui, io quattordicenne, andavo di proposito a cercare le ruote di Franco Magnani, facendomi trovare sulle strade dei di lui quotidiani allenamenti, per ammirare la fluida rotondità della sua pedalata e cercavo di imitarlo per poi, ogni volta, vederlo sparire in lontananza con il rimpianto e il dispetto di non poter reggerne il passo nonostante i miei goffi tributi all’eroismo. Mi ritornano alla mente alcune delle sue ventisette vittorie tra i dilettanti: il Trofeo De Gasperi, la preolimpionica di Montanina di Firenze, il Trofeo Faina, la cronometro a Loro Ciufenna in Toscana. Quindi, passato professionista con il gruppo “Ghigi” di Morciano e in un secondo tempo difendendo i colori della “Salvarani” (una vera corazzata di quei tempi) dovette, suo malgrado, nonostante il temperamento battagliero nemico di qualsivoglia compromesso, adattarsi a compiti non graditi.

Ma Franco Magnani non seppe conformarsi alla umile ed umiliata vita del gregario ed il sigillo più significativo lo impresse il 2 giugno 1963 vincendo per distacco, a tempo di record (44,212) la tappa Mantova - Treviso al Giro d’Italia.

Sergio Fabbri, velocista immenso, capace di equilibrismi circensi; uno che vinceva gettando in faccia agli avversari un mariolesco ghigno di sberleffo, non ebbe abbastanza disciplina per far diventare il correre, che lui considerava un gioco, una vera professione. Nel settembre 1959, sotto un acquivento infernale, nel Trofeo Internazionale a Capanne di Pisa, su una distanza di duecentoventicinque chilometri, mise dietro di sé i migliori “puri” italiani del momento: 1 Fabbri, 2 Simonetti, 3 Venturelli. Inutile dire che stravedevo per questo ciclista scapestrato, il quale, quando sentiva l’estro distribuiva paghe un po’ ovunque. Sempre in quegli anni vinse la Coppa “Burro Giglio”, battendo sulla pista in cemento dello Stadio di Rimini, l’avversario di sempre: Franco Magnani. Arrivò primo anche al traguardo di Meldola, lasciandosi alle spalle Venturelli, Trapè, Pifferi, dopo aver scalato per ben cinque volte la Rocca delle Caminate.

Ma la vera rivalità i due la esercitarono nel mondo delle corse amatoriali. Le parrocchie del tifo si divisero equamente e non ci fu corsa, circuito, tramaglio di paese in cui codesta rusticana sfida non potesse trovare l’alterno, contestato compimento. Oggi, Franco Magnani è un distinto, elegante signore che pedala, per puro diletto e ad ogni sua apparizione si rinnova l’incanto di uno spettacolo di purezza stilistica. Sergio, con qualche chilo di troppo, percorre con ironia, le antiche strade del sudore e della fatica ed allorché i frilletti attuali che tutto sanno di ripetute di cicloergometri, di soglia aerobica, di ruote ad alto profilo, lo sorpassano sculettando, lui li affianca e argutamente chiede: “Sei forte? Mi conosci? Ho vinto più di 800 corse, se mi stacchi ti aspetto in cima”. Il tutto detto con voce briaca e col sorrisetto ironico. E fu sempre lui che alle ripetute domande di piccoli epigoni uggiosi che nulla sanno  di ciclismo, circa l’assunzione di sostanze dopanti rispose: An l’ho mai tolta e mai piò a la turrò. (Non l’ho mai presa e mai più la prenderò). Avrebbe potuto benissimo essere una battuta di George Bernard Shaw.

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