Attraverso lo speculum

RIMINI - Notizie cultura - mer 20 mag 2009
di Lorella Barlaam

 Luce Irigaray a Rimini per Manifesta

“Spetta a noi costruire un mondo nuovo”

Era il 1975. Noi liceali cominciavamo timidamente ad affacciarci ai collettivi femministi. Nella borsa di Tolfa c’era “Speculum: l’altra donna”, la tesi di dottorato della psicoanalista e filosofa Luce Irigaray, allora appartenente all’École Freudienne de Paris di Jacques Lacan. La Irigaray mostrava fino a che punto la psicologia e la filosofia classiche non fossero capaci di risolvere l’enigma della femminilità, “luogo abissale, sottratto alle indagini” secondo Freud. E ripercorreva i testi sacri della cultura occidentale, da Platone a Lacan in cerca delle metafore che veicolano il costituirsi della donna come altro rispetto al soggetto, ovviamente maschile. Esclusa dalla produzione del discorso, necessaria a garantirne il rilancio, la donna non poteva secondo questa cultura che essere lo specchio del maschio. E trovare rifugio nell’isteria dall’irrimediabile iato tra essere corpo ed essere parola. Quello che è ormai un classico le costò a suo tempo l’esclusione dall’École. Il pensiero della Irigaray, oggi direttrice di ricerca in filosofia presso il CNRS di Parigi, ha attraversato molti territori, dalla psicologia alla filosofia all’analisi del linguaggio, da “L’Etica della differenza sessuale” pubblicata negli anni ottanta, bibbia del pensiero della differenza, all’ultimo libro “Condividere il mondo” (Bollati Boringhieri, 2009), che affronta il tema del come costruire l’incontro con l’altro. Lunedì 18 maggio nel corso della benemerita rassegna “Manifesta” a Rimini ha tenuto una lectio magistralis nell’aula magna dell’Università, davanti a un pubblico per lo più di ragazze, giovani e vintage, parlando in italiano “perché il primo gesto di condivisione è parlare la lingua dell’altro.” Di ritorno dal Festival del libro di Torino, intitolato proprio “Io, gli altri”, dove ha presentato il suo ultimo libro, Luce Irigaray ha esortato le donne presenti a fare il proprio lavoro, a coltivare la relazione tra il maschile e il femminile a partire dall’accoglienza della differenza di genere e nell’ascolto delle loro specificità creare un mondo nuovo, un mondo “terzo” che non appartiene a nessuno dei due ma che permetta la condivisione con l’altro. Non c’è creazione di cultura senza differenze. E quella tra i generi è la più universale: se riusciamo a rispettare e coltivare questa riusciamo a coltivare tutte le diversità, ad uscire dalla concezione verticale dell’altro (io vs. gli altri) per entrare nella dimensione orizzontale della relazione (io/tu). Tenendo conto delle trasformazioni in atto nella società odierna, per cui l’altro, lo straniero, adesso vive a pieno titolo accanto a noi. E sta diventando un lavoro urgente.

 


 

 

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