Il parrucchino della libertą
Più berlusconite per tutti
Almeno il duce andava fiero della sua pelata
Che bello se fossimo un po' più “l'Italia con la schiena dritta” di Napolitano e un po' meno “l'Italia carponi” di Berlusconi! L'Italia che fa finalmente incontrare - per di più al Quirinale - Gemma Calabresi e Licia Pinelli; non quella che, insieme alle ronde, prepara una nuova stagione di istigazione all'odio e alla coglionaggine, due inseparabili facce della stessa medaglia. L'Italia che denuncia in perfetto inglese, dinnanzi alla Conferenza del Centro Europeo delle Fondazioni, la dilagante «retorica improntata a razzismo e xenofobia»; non quella che teme e nega di stare diventando multietnica e si intossica delle grevi litanie leghiste, recitate con quell'insopportabile cantilena gutturale. Una delle ultime, parla di vagoni “anti-terun” sul metrò, da riservare ai soli milanesi; ne è ideatore quel Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio a Milano, già distintosi come campione di cretinaggine leghista per gli insulti a Ciampi ed in cento altre occasioni. Io non auguro il male a nessuno, sia chiaro; se però costui, una volta o l'altra, scendendo le scale di Palazzo Marino inciampasse in una delle sue tante stronzate, procurandosi qualche settimana di busto gessato, credo che non riuscirei a dispiacermene.
Non c'è che dire: in questo Paese, dove tanta gente viene quotidianamente cloroformizzata da massicce dosi di berlusconite, è impresa ardua trovare il bandolo di un'efficace opposizione, culturale prima ancora che politica. Figuriamoci se poi ci si mette pure il “fuoco amico” dei soporiferi giri di parole con cui i Chiamparino ed i Rutelli fanno grazioso dono di indulgenza addirittura verso le recenti leggi razziali sull'immigrazione, imposte dalla Lega. Per non parlare del bislacco apprendista stregone Di Pietro, nella cui “Italia dei valori” pare non sia contemplato quello della coerenza e dell'intelligenza politica. Per un anno intero ci ha rotto l'anima, maledicendo chi non fosse d'accordo a promuovere insieme a lui un referendum contro la “calderolica” legge elettorale, da cancellare a colpi di Sì dentro l'urna. Ma alcuni giorni fa, colto da una crisi di amnesia, eccolo improvvisamente cambiare disco e mettersi a sbraitare che quel referendum «uccide la democrazia», ammonendoci che «se vince il Sì di Berlusconi rischiamo la dittatura».
Ora, però, basta con questa illazione di un Berlusconi che starebbe incamminandosi sulla strada che fu di Mussolini! Perché non dire, alto e forte, che invece fra i due si colgono delle evidentissime differenze?
È vero che pure Berlusconi ha il suo “balcone di Palazzo Venezia”; è Porta a Porta, da cui arringa indisturbato gli Italiani, ogni volta che vuole. Così come è vero che quando ci si è affacciato l'ultima volta, per auto-decantare le sue lodi di buon “papi della libertà”, l'eloquio e la mimica parevano proprio voler assumere un che di ducesco; con l'effetto, però (e qui sta la prima differenza) di farlo assomigliare più ad un anziano e corrucciato Paperino che al volitivo ed aitante Benito di Predappio.
A tagliare - come si dice - la testa al toro, vi è poi un'altra sostanziale differenza: Mussolini andava fiero della sua virile pelata, che mai e poi mai avrebbe deturpato sovrapponendole uno strapagato e ridicolo parrucchino!
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