Il trabaccolo lo abbiamo inventato noi

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 06 mag 2009
di Luca Vici

Una rivoluzione nautica di metà ‘600

A Rimini i documenti più frequenti che citano la tipica barca adriatica

Per molti secoli l’unica pesca praticata nel nostro mare fu quella costiera.

Solo all’inizio del XVII secolo, con l’aumentata richiesta di pesce – anche a seguito delle più rigide prescrizioni sui digiuni “di magro” imposte Controriforma – e l’introduzione di nuove tecniche, soprattutto di origine provenzale, i nostri pescatori si cimentarono nella navigazione d’altura. Ma queste pratiche richiedevano imbarcazioni più grandi e manovrabili e un cambiamento nelle tecniche di navigazione.

Nel XVII secolo nei documenti fanno la loro comparsa i trabaccoli. Fra le primissime citazioni le più numerose appaiono a Rimini. Il che fa pensare che questa innovazione velica sia avvenuta proprio fra noi. A rigore, infatti, “trabaccolo” indica una velatura, non un tipo di barca: quell’armamento detto anche “al terzo”, cioè con una vela sostenuta da due pennoni e non una sola antenna come nella più antica vela “latina”. I primi trabaccoli utilizzavano vele quadre; in seguito, compare la tipica vela trapezoidale, o aurica, nata dall’incrocio fra la quadra e la latina. L’armatura “al terzo” più antica di cui si abbia conoscenza è quella delle giunche cinesi, che furono osservate anche da Marco Polo. Il vantaggio dell’armo a trabaccolo era nella migliore manovrabilità rispetto a quelli precedenti e nella conseguente diminuzione di uomini necessari alla sua manovra. Inoltre, è ottimamente compatibile con gli scafi a fondo piatto o a pescaggio minimo, come quelli delle barche adriatiche. Solo nel tardo ‘700 tale velatura iniziò ad essere denominata "al terzo", poiché il punto in cui l'antenna è fissata all'albero è a circa un terzo della sua lunghezza a partire dall'estremità prodiera.

Nel ‘700 compare nei documenti anche il “tartanone pelago”, ossia una imbarcazione per lunghe battute di pesca d’altura con gli ami. Il corredo per la pesca di questa barca era infatti costituito da lunghissime funi, cui erano appese ad intervalli regolari delle funicelle (“braccioli”) portanti gli ami, avvolte e custodite in apposite ceste, chiamato appunto “pelago”. I tartanoni riminesi raggiungevano solitamente le coste dalmate e soprattutto la cosiddetta “Fossa”, di fronte alle isole del Quarnero.

Verso le metà del 700’ la flottiglia dei tartanoni riminesi ammontava a dodici unità, ognuna delle quali con equipaggio di 15 uomini, mentre nella seconda metà del secolo il numero totale dei pescherecci impiegati nella pesca a pelago diminuisce a nove, dieci unità.

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