RIMINI L’Obama che è fra noi

RIMINI - Notizie Opinioni - mer 19 nov 2008
di Lia Celi
[{Rimini come le Hawaii?} Sta crescendo fra i nostri figli e un giorno sarà Premier. Di quale Paese, lo vedremo] Obama è a Rimini. Nessuno se n'è accorto – e non c'è da meravigliarsi, con tutti gli «abbronzati», sia in senso proprio che berlusconiano, che circolano in città. Ma Obama c'è - o forse ce ne n'è più di uno. Magari va già a scuola con i nostri figli, o è appena nato, o sta per nascere nelle sale-parto dell'Ospedale, in una di quelle giornate in cui nel reparto di Ostetricia arrivano ventiquattro partorienti e ci sono donne in travaglio anche nelle sale d'aspetto. Non è detto che sia un maschio: potrebbe anche essere una bambina. Ma fra quarant'anni sarà premier, o potrà diventarlo, se nel grande gioco da tavolo della Storia contemporanea l'Italia smetterà di pescare la carta «stai fermo un giro» e si riporterà al passo con i Paesi più evoluti. In attesa di festeggiare l'elezione del nostro Obama, possiamo trattare meglio suo babbo, che potrebbe benissimo essere l'ambulante nero che ci propone un libretto di favole africane il sabato mattina in piazza Tre Martiri. Se quel che si sente dire nei bar della piazza non è una leggenda metropolitana (e non lo sarebbe comunque, visto che Rimini ha ben poco della metropoli), alcune signore malatestiane, con notevole lungimiranza, hanno già imparato ad apprezzare le qualità dei padri dei nostri Obama senior, esattamente come fece quarantotto anni fa la signorina Ann Dunham, con uno studente keniano suo compagno al corso di lingua russa all'University of Hawaii (per molti di noi è stata una sorpresa apprendere che alle Hawaii, oltre alle palme e ai surfisti, c'è un'università. Del resto molta gente si stupisce anche quando scopre che ce n'è una a Rimini). Era solo il 1960, e mentre nel resto degli Stati Uniti solo da pochi anni gli afroamericani non erano obbligati a fare spazio ai bianchi sui mezzi pubblici, alle Hawaii erano già consentiti i matrimoni misti. Le isole del Pacifico erano un laboratorio avanzato del "melting pot", in cui si mescolavano bianchi, cinesi e (pochi) neri. Mare, turismo, multietnicità, piccola università: a questo punto a noi riminesi dovrebbe squillare in testa un campanello. La nostra città, che del resto ha già cresciuto famosi "colored" come Carlton Myers, potrebbe accreditarsi come culla più probabile per l'Obama made in Italy, a meno che, come fa temere la cronaca, non preferisca guadagnarsi la nomea di crematorio a cielo aperto per homeless indifesi. Ma se un giorno sotto l'arco d'Augusto dovesse spuntare l'uomo del "we can do it" (non quello del "si può fare", che c'è già stato lo scorso febbraio e purtroppo si chiamava Walter Veltroni), forse non gli permetteremmo di tentare la scalata a palazzo Chigi. Ce lo terremmo qui, dove da decenni "we can't do anything", ovvero "un s' pò fè quèl": una viabilità decente, il teatro Galli, lo stadio, un'inaugurazione dell'Ikea nei termini previsti, eccetera. Avrebbe tante cose da fare qui, il nostro Obama, che forse esaurirebbe tutte le sue energie di quarantenne, e arriverebbe alle lezioni politiche già lesso, esausto, deluso e più nero di prima. Però, a differenza di Veltroni, lui non si limiterebbe ad annunciare che andrà in Africa, in caso di sconfitta ci tornerebbe veramente. E l'unico "change" a Rimini rimarrebbe la scritta sull'insegna blu di un ufficetto di cambiavalute in viale Vespucci. Forse è meglio che l'Obama senior emigrato a Rimini cambi programma e metta su famiglia a Senigallia.

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