RIMINI Il mito della fuga dei cervelli

RIMINI - Notizie Opinioni - mer 19 nov 2008
di Giampaolo Proni
[{Università e meritocrazia} Non sempre i ricercatori sono costretti ad emigrare, ma certo chi resta ha che fare con un datore di lavoro ingiusto: lo Stato] Una considerazione realistica della scuola e dell'università, come ogni settore, richiede conoscenza. Oggi i sistemi sociali sono complessi, l'improvvisazione non è sufficiente. Molti articoli, anche di docenti, comparsi su testate autorevoli, contengono ingenuità e semplificazioni. Queste carenze portano spesso a giudizi campati per aria e a vere e proprie leggende metropolitane. Una di queste riguarda i geniali giovani ricercatori fuggiti all'estero e penalizzati dai concorsi truccati italiani. Questo può essere sicuramente accaduto (come tanto altro) ma non è affatto un caso generalizzabile. Ho visitato diverse università negli USA e posso dire che, almeno nei settori che ho frequentato, vale a dire filosofia, italianistica e scienze del linguaggio, ho trovato un livello di competenza media più o meno come quello italiano e diversi casi di studiosi che in Italia avrebbero ricevuto una valutazione più bassa. E' possibile che i casi di genii emigrati aumenti molto in altri campi, io parlo per quello che so. In Italia tutti i concorsi vengono in genere vinti da candidati per i quali sono stati banditi, questo è vero. In molti casi si tratta di persone che hanno lavorato, per quel posto, molto di più di quanto hanno lavorato i colleghi stranieri, a causa del sistema asfittico e della povertà di fondi. Spesso il famoso 'posto' arriva dopo dieci anni di docenza a contratto, pagata da un decimo a metà dello stipendio da ricercatore (il primo grado di docente di ruolo, che inizia comunque con poco più di 1000 euro netti), senza maternità, senza assicurazione sanitaria e rinnovata di anno in anno. I compensi per la docenza a contratto sono una jungla: in alcune università private possono superare quello di un docente fisso; a Roma-La Sapienza, alcuni anni fa, scoppiò una piccola rivolta quando, alla fine dell'anno accademico, l'Ateneo confessò che non avrebbe pagato nulla. Io stesso mi sono trovato il compenso ridotto da un anno all'altro senza alcun preavviso. Le docenze vengono ultimate quasi sempre prima di firmare il contratto, in deroga a qualsiasi norma sulle prestazioni professionali. Quando i difensori della meritocrazia sbandierano i loro genii emigrati che dovrebbero vincere i concorsi, dovrebbero spiegare per quale motivo una persona che da dieci anni fa lezioni, esami, tesi e partecipa ai consigli di corso, ricopre insomma tutte le funzioni del collega che è un Inamovibile Statale di Ruolo, non dovrebbe avere il semplice riconoscimento della funzione che svolge. Certamente, se, come nel privato, i compensi dei contrattisti fossero (come è logico che sia) anche solo leggermente superiori a quelli dei docenti fissi, questa manovalanza a basso costo o sparirebbe o sarebbe meno affamata di posti di ruolo. Lo stesso se l'Inamovibile Statale di Ruolo fosse abolito. Ma prima cadrà lo Stato Italiano. Ma, come spesso accade, lo Stato è un datore di lavoro ingiusto, che premia chi non produce e sfrutta chi produce. Con il risultato che, non appena vinci il concorso, dopo anni di sottomissione alle gerarchie baronali, il primo sogno che fai è di prendere sei mesi di malattia. Il problema, come sempre, non è nelle leggi, ma in una società che è medievale (con rispetto per il medioevo!) nelle nostre teste, nel non avere ancora veramente introiettato il diritto all'uguaglianza e al rispetto dei cittadini come principio di comportamento e non come obbligo forzato dalle leggi. Con crudeltà paradossale, questo continuo disprezzo per i diritti della persona, per l'uguaglianza dei lavoratori, in un paese che si professa per metà cattolico e per metà post-comunista.

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