Zvan Ceschi, il fuorilegge

RIMINI - Notizie sport - mer 06 mag 2009
di Enzo Pirroni

L’invalicabile difensore del Rimini fra il ’57 e il ‘63

Feroce in campo, fumava quaranta Nazionali al giorno e passava le serate nei night

Sappiamo tutti in quale squallore morale versi il mondo del calcio. Un miliardario barnum mediatico in cui variopinti pupazzi bisticciano, ciaramellano, come morsicati da pugliesi tarantole. Nessuno, a mio parere, si salva: né i tecnici, deprimenti nella loro albagia che li porta ad inanellare altisonanti discorsi con l’automatismo delle macchiette, né i giocatori, avidi muscolari ai quali è caro solo il rombo delle auto fuoriserie, né i “tifosi”, veri e propri trogloditi, respinti agli orli dalla marea della storia. Ma tant’è. Se ne è parlato e si continua a parlarne fin troppo.

Quando il gioco del foot-ball era ancora a misura d’uomo, quando si viveva in quella che Chilanti ha definito “l’età del pane” e tutti noi “eravamo consumatori di beni estremamente necessari”, nella squadra della Rimini Calcio giocava Giovanni Ceschi. Correva l’anno 1957 e Ceschi era approdato sulle rive del Marecchia dalla natia Bellaria con tutta la baldanza dei suoi vent’anni. Non ho più avuto occasione di ammirare un atleta che possedesse tanta “stamina”, tanta rabbia e tanta ferocia agonistica al pari di “Zvan” Ceschi. Oggi, diventato vecchio, so che a quel tempo trasportavo le mie ingenue emozioni letterarie sul piano dei sentimenti e gli eroi libreschi che mi facevano sognare amavo riproporli nello sport. I prototipi erano quelli dei nobili fuorilegge byroniani in lotta contro la società corrotta e violentemente classista.

Nella pratica sportiva, Ceschi, fuorilegge, lo fu per davvero. Egli pareva un pirata salgariano “con muscoli forti come fili d’acciaio, inaccessibile ad ogni paura, agile come una scimmia, feroce come le tigri delle jungle malesi”; per nulla al mondo avrebbe rinunciato alle quaranta e passa “Nazionali” quotidiane, che tutt’ora continua a fumare con sciagurata noncuranza, e mai e poi mai avrebbe rifiutato di trascorrere una serata movimentata in qualche night, o di bere uno o più whisky con gli amici di sempre. Un uomo, Ceschi, che amava la battaglia e che si precipitava come un pazzo nelle mischie, facendo andare in delirio quel vero “drago” della panchina ed immenso motivatore che era Renato Lucchi da Cesena. Un atleta, Ceschi, che ha sempre preso la vita di petto e se non fosse stato per una certa aura d’infermeria che sulfurea, aleggiava in ogni suo intervento, non saprei dire quali traguardi avrebbe potuto raggiungere.

Un eroe degno di Chandler

Protagonista scapigliato di un calcio che stava avviandosi verso la specializzazione professionistica, “Zvan” restò il ribelle, il trasgressore sempre al di sopra di tutte le convenzioni sociali. Lo si poteva rimproverare per la condotta, ma nessuno avrebbe potuto eccepire circa l’impegno e la volontà. Dal 1957 al 1963 formò con Romano Scardovi una coppia di difensori centrali davvero notevole. Dovette vedersela con attaccanti duri, rotti a tutti i trucchi del mestiere i nomi dei quali riecheggiano tutt’oggi nei ricordi di attempati supporters: Ronconi, Raffin, Mencacci, Castagner, Bui, Pagliari. Li affrontò a viso aperto con tutta la fragilità dei suoi sessantacinque chilogrammi e con il suo immenso cuore. Talvolta gli accadeva di uscire da quegli epici scontri malconcio e sanguinante ma a tutto ciò lui non badava. Dopo un cruento duello col centravanti Mencacci (un giocatore di talento ma oltremodo spigoloso), si sentì apostrofare dall’attaccante del Prato: “Ma tu picchi sempre in codesta maniera?” “Perché te invece dis agli urazioun?” – rispose Ceschi, il quale, una volta nello spogliatoio si dovette far aiutare per togliersi la maglia. E’ una risposta, questa, che potrebbe star bene in bocca a Philip Marlowe. D’altra parte, come gli eroi di Chandler, anche Ceschi poteva permettersi di agir male come tutti gli altri, di essere come tutti gli altri “sons of bitch” , ma con una differenza: mentre gli altri agivano così per denaro, per trarne dei vantaggi, per voglia di arrivare, lui no. Lui lo faceva per il piacere della sfida, perché gli andava di farlo. So bene che queste poche righe non potranno rendere per intero la figura umana e sportiva di Giovanni Ceschi; tuttavia, ricordandolo voglio dirgli grazie per le emozioni che mi ha saputo regalare e per la conferma che mi ha dato, per cui gli eroi, quelli veri, sanno vivere nel ricordo e nel tempo assumendo la statura di valori simbolo (non si arricchì il nostro uomo, né scese a compromessi ma continuò a lavorare) in cui si condensa il riscatto di ogni dolore, di ogni insuccesso e in un certo senso, riordinano il marcio, il meschino, l’ignobile permettendoci la fuga dal piatto e dal banale facendo ricorso a “briciole di luccicanti ricordi”. 

commenti

SCRIVI COMMENTO Nome
email
Titolo
Commento
I commenti verranno pubblicati salvo approvazione da parte della Redazione di Chiamamicittā
Chiamamicittà - via Bonsi, 45 - - 0541 780332 - Fax 0541 784170 - info@chiamamicitta.net
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.
Copyright ©2010  - č