Due Italie sempre pił distanti
Bankitalia: impiegati e operai penalizzati da vent’anni
Metà della ricchezza in mano al 10 per cento delle famiglie
Ogni anno la Banca d’Italia sforna i suoi rapporti sulla ricchezza degli italiani. E ogni volta, da almeno vent’anni a questa parte, il rapporto ripete monotonamente le stesse cose. E cioè: «La distribuzione della ricchezza è mutata a vantaggio delle famiglie dei lavoratori autonomi e in parte dei dirigenti e dei pensionati, a scapito di quelle degli operai e degli impiegati». Più precisamente, la metà della ricchezza nazionale è nelle mani del 10 per cento delle famiglie. Inoltre, le famiglie che detengono queste ricchezze sono sempre le medesime, poiché l’Italia è uno dei paesi più immobili del mondo. Ancor più che le differenze sociali, contano le barriere che separano le classi: e sono invalicabili. Deteniamo saldamente il record mondiale dei figli d’arte, avvocati figli di avvocati, medici figli di medici, giornalisti figli di giornalisti, baroni universitari figli di baroni. Inoltre, è sempre Bankitalia che parla, «la rete di protezione sociale italiana è debole e in momenti di crisi economica pesa la mancanza di strumenti di sostegno al reddito». Il che fa parte delle barriere di cui sopra. Perché il particolarismo interessa tutte le classi sociali, anche le più basse, ciascuna dedita a difendere strenuamente il proprio orticello. E così, se da una parte il fiorire degli ordini professionali non ha altra funzione che impedire la libera concorrenza, dall’altro i sindacati italiani non hanno saputo ottenere di meglio che la cassa integrazione. E cioè uno strumento che protegge solo i dipendenti della grande industria, quelli appunto più sindacalizzati. Il risultato è che fra i paesi dell’Unione Europea solo in Italia e in Grecia non esiste il reddito minimo garantito. Di più, non solo non esiste, ma chi lo prospetta viene considerato un folle visionario, fermo alle utopie ottocentesche di barbuti arruffapopolo. In cifre, ciò significa che la Ue spende per i disoccupati una media del 2,2 per cento del Pil, quota che in Germania tocca il 3, mentre noi ci fermiamo allo 0,4. Tutti questi dati, fra l’altro, sono riferiti al 2007. Non registrano quindi le conseguenze del crollo finanziario del settembre 2008. E nemmeno quelle della fiammata d’inflazione che l’aveva preceduto, caso mai qualcuno l’avesse scordata. Durante la quale non solo la benzina, ma anche e soprattutto i generi alimentari primari, pane e pasta in testa, erano schizzati a prezzi mai visti. Che, a differenza di quelli del petrolio, non sono affatto scesi, ma continuano ad aumentare. Infatti l’inflazione da noi, costantemente sopra la media Ue, ha già riguadagnato l’1,9 per cento. Si è fatto qualcosa per sostenere i redditi delle famiglie? Se sì, se ne sono accorti davvero in pochi. Forse perché nelle versioni ufficiali la crisi non c’era, se c’era da noi non farà danni e se li ha fatti sono già finiti. Di riforme strutturali all’orizzonte non se ne vedono. Di liberalizzazioni, che favorendo una maggiore concorrenza potrebbero essere utili a tenere calmi i prezzi, non c’è traccia alcuna. Al contrario qualcuno parla di vanificare quelle poche che hanno dato dei risultati. E’ il caso delle parafarmacie, la cui nascita ha fatto scendere i prezzi delle medicine di un buon 30 per cento. In parlamento si discuterà il ddl Gasparri-Tommasini, entrambi Pdl, secondo il quale i farmaci da banco compresi in una futura lista potranno essere venduti senza la presenza di farmacisti, anche in bar, minimarket, drogherie, con modalità self service. Ciò che non rientrerà in questo elenco però non potrà più essere venduto fuori dalle farmacie tradizionali, quindi nemmeno nelle parafarmacie. Nella lista, naturalmente, rientreranno molti meno farmaci rispetto a quelli oggi in distribuzione negli esercizi (2750) che hanno aperto i battenti da appena due anni. In pratica, addio parafarmacie e addio concorrenza. Il ministro Scajola e il suo vice Urso si sono detti contrari all’idea dei loro colleghi di partito. Staremo a vedere chi prevarrà.
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