La leggenda del Barbotto e del ciclista senza volto

RIMINI - Notizie sport - mer 22 apr 2009
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi dello sport romagnolo

Le gloriose memorie del faentino Vito Ortelli, che battè Coppi ma fu sconfitto sul passo del Bardotto

Qualunque ciclista che si rispetti sa che Mercato Saraceno, località posta a 56 chilometri da Rimini sulla SS.71 Umbro Casentinese Romagnola, è la porta d’ingresso di un vero calvario per i patiti delle due ruote: il valico del Barbotto. Il Barbotto è una sorta di Moloch che nulla perdona ai deboli ed esige da tutti un tributo di fatica che ne fa (tutt’ora) un terreno particolare in cui si collauda, sempre e comunque, l’eroismo. La strada che conduce al passo, s’inerpica in un gomitolo di curve e rettilinei improvvisi da spezzare i garretti. Sono cinque chilometri d’ascesa con pendenze varianti dal 7 al 20 per cento. Su questa rampa (per altro assai breve) è scritta l’intera epopea del ciclismo romagnolo. L’universo dei ricordi di Vito Ortelli (nato a Faenza il 5 luglio 1921; tra le sue vittorie più importanti un Campionato Italiano su strada nel 1948, due Campionati Italiani di Inseguimento 1945-46, battendo nientemeno che Fausto Coppi), incommensurabile campione della generazione di Bartali, Coppi, Magni, Kubler, è in perenne moto. Egli, amabile affabulatore, agguaglia con sorprendente precisione i frantumi del tempo ad effimere immagini; scandisce i ricordi, ritaglia le passate stagioni tanto che le situazioni ed i personaggi da lui rievocati  si affastellano in un pigiapigia affannoso ed oltremodo affascinante, in un’ebbra, per noi che ascoltiamo, molteplicità di rimandi, di aneddoti, d’improvvise reminiscenze….

Ritorna, con precisione fotografica, la filiforme siluetta di  Coppi, la singhiozzante pedalata di Bartali, la precoce calvizie di Magni ed agglutinando con densità impensabile l’eterogenea congerie dei ricordi riaffiora (fra uno dei tanti) l’apparenza sfuggente di un anonimo ciclista in giacca e cravatta che, su una monumentale bici da viaggio, (quelle con i freni a stanghetta) in un torrido pomeriggio agostano dell’immediato dopoguerra, percorreva le infocate pietraie del Barbotto. 

“Era uno di quegli snervanti allenamenti ai quali ci sottoponevamo, direi quasi quotidianamente sia io che il mio concittadino Aldo Ronconi”.  Racconta Vito Ortelli. “La polvere dei calanchi sulfurei ci avvolgeva impastandosi col sudore di cui erano intrise le nostre maglie di lana. Salivamo in silenzio maledicendo quel fondo scistoso che impediva ai tubolari “Clement” di scorrere agevolmente. La vetta, in lontananza, ci appariva avvolta in un abbagliante pulviscolo. Spingevamo, con professionale rassegnazione, il nostro 49x21 (un impensabile rapporto che sviluppa 4,88 metri) quando un tale avviluppato in un nero completo a doppio petto, cinereo in volto, cappello di paglia sul capo, con estrema noncuranza ci sorpassò. Notammo sbalorditi che la bicicletta da lui montata era una comunissima bici da viaggio di circa quindici chili di peso. Ci guardammo Ronconi ed io e quasi increduli allungammo il passo per togliere di mezzo lo sconosciuto. Il ciclista piovuto dal nulla, per tutta risposta, si alzò sui pedali e prese a scattare.  E Pàruch” (era questo il soprannome di Aldo Ronconi, avendo egli un fratello, Silvio, che aveva vestito veramente l’abito talare e che finì missionario in Venezuela), dovette mollare; io affiancai il “matto”, ma quando questo, mi ritrovò accanto, si spazientì ed in modo rancioso e sbricio mi apostrofò: Chit pens ad ess, vis de caz, Ortelli? Risposi con un filo di voce: Me a sò za Ortelli. Mo te chi sit?   Per tutta risposta, l’elegante pedalatore, si mise a ridere sguaiatamente e disse : Smettla ad fe e pataca e se ta gne la fe sta te let che la bicicletta la n’è per tott. E continuò nella sua ascesa. Sai cosa feci? – Conclude Ortelli. – Sterzai al ciglio del fosso e mi fermai attendendo che sopraggiungesse Aldo Ronconi”.

Credo, conoscendolo, che Vito si sia inventato questa storia, proprio per ammonire “i corridori della domenica” a non inorgoglire troppo, a tornare ad essere umili come uno sport così duro richiede. Nessun ciclista con la bici da viaggio avrebbe potuto stare con quei due, questo è certo. Ma quel ciclista misterioso, senza nome e senza volto, che violò il terribile Barbotto e ridicolizzò due campioni, dovrebbe far meditare i tanti presunti grandi sulla propria inanità.     

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