Mezzo pubblico, mezzo uomo

RIMINI - Notizie satira - mer 08 apr 2009
di Lia Celi

I nostri grandi nemici

Autobus, il meno amato dai Riminesi

Per la serie «I grandi nemici del riminese», oggi parliamo dell’Autobus. Oppure, se preferite, per la serie «I grandi nemici dell’autobus», oggi parliamo del Riminese. Cambia solo l’ordine dei fattori, non il loro rapporto, all’insegna dell’incomprensione, della sfiducia reciproca e di un’ostilità tutt’altro che malcelata. E’ evidente che il riminese non si fida del mezzo pubblico. Forse perché il termine «mezzo» gli evoca qualcosa di incompiuto, di lasciato a metà, appunto, e anche perché, come romagnolo, viaggiare su un autoveicolo in cui al posto di guida non c’è lui gli procura un vero e proprio dolore fisico.
Per il riminese maschio, adulto e in età lavorativa, salire su un autobus è una “deminutio”, a meno di non essere un dipendente della Tram, e l’uomo che usa il mezzo pubblico ammette di essere un mezzo uomo. Uno a cui manca qualcosa: i soldi, le palle, lo status. Ecco perché a bordo degli autobus riminesi si vedono soprattutto donne anziane, studenti e immigrati. Tutti gli altri girano in macchina. Risultato, i mezzi pubblici sono quasi sempre mezzi vuoti. Il traffico riminese è costituito da serpentoni di automobili inframmezzati da autobus praticamente deserti. In centro sfrecciano minibus con a bordo un solo sparuto vecchietto, tutto felice perché gli sembra di avere la macchina con l’autista. L’autobus ripaga il riminese con la stessa moneta. Perché gli autobus sono come quei ciccioni che, di loro, sarebbero anche buoni, ma a forza di sentirsi sfottere tutti i giorni, diventano un po’ bastardi. A volte si sfogano con piccoli dispetti, facendo il pelo a ciclisti e pedoni, o inchiodando di brutto, con i passeggeri che cozzano gli uni contro gli altri stile capponi di Renzo. Altre volte i bus giocano a fare i divi capricciosi e trattano gli studenti alla fermata come fan importuni da seminare: arrivano con ritardi da primadonna, o con sconcertanti anticipi, rimangono fermi per lunghissimi minuti con le portiere aperte e invitanti, poi, quando stai per salire, te le chiudono sul naso e ripartono. Alcuni autobus da fuori sembrano vecchiotti e pacifici, ma dentro sono instabili e fracassoni come adolescenti. Si viaggia fra mille sobbalzi e in un rumore da schiacciasassi, e quando scendi sei shakerato come un Negroni e sordo come Beethoven.
C’è poi quel piccolo dettaglio dell’orario timbrato sul biglietto, sempre qualche minuto indietro rispetto al tuo orologio. Forse l’autobus riminese sta studiando da macchina del tempo e vuole emulare la Delorean di «Ritorno al futuro». Oggi riesce a riportarci indietro solo di pochi minuti, ma domani potrebbe proiettarci nel passato remoto. Un giorno prenderemo l’11 in via Dante, e in fondo alla strada, al posto della stazione, vedremo delle triremi all’ancora. Scenderemo, e un passante in toga e calzari ci chiederà in latino dov’è lo studio del dottor Eutiche. Nella bottega di piada e cassoni («piada atque calciones») cercheremo invano il cassone rosso, perché il pomodoro sta ancora solo in America. In compenso sentiremo gente che si lamenta del garbinus e che dice che Ariminum non è più quella di una volta. Ma attenzione: la validità del biglietto dell’autobus sarà sempre di sessanta minuti. Meglio sbrigarsi e tornare in tempo alla fermata, se non vogliamo perdere l’autobus che ci riporta nel presente. Sempreché non schiacciamo il pulsante della fermata a richiesta, e non scendiamo nell’epoca di Sigismondo Pandolfo. Quando c’era lui, gli autobus arrivavano in orario.
http://www.liaceli.com/

commenti

Chiamamicittà - via Bonsi, 45 - Rimini - 0541 780332 - Fax 0541 784170 - info@chiamamicitta.net
Codice Fiscale-P.IVA 02 410 730 408 - Reg. Imprese Rimini n° 02 410 730 408 Capitale Sociale euro 35.000,00 i.v.
Programmazione: Studio Web 2.0 Copyright ©2012  - Progetto grafico: Inčditart