ATTUALITÀ
Il tramonto
Caro Pupi,
L'Assemblea dei Soci della Fondazione Fellini, che ho avuto l'onore di presiedere l'11 agosto scorso, mi ha affidato il gradito incarico di scriverti i più sentiti ringraziamenti per l'opera da te prestata generosamente alla Fondazione durante i molti anni che ne sei stato il Presidente. (...)
A ciò aggiungo la mia personale stima, la gratitudine per avermi indicato quale tuo successore e il compiacimento per aver suggerito l'amico Ermanno Olmi quale Presidente onorario.
Abbiti un abbraccio affettuoso
Giuliano Montaldo
C'era perfino questo in cartella alla conferenza stampa delle beffe, quella dove Montaldo doveva essere presentato come nuovo presidente della Fondazione Fellini. Perfino la lettera al predecessore era già stata distribuita ai giornalisti. E poi.. va a finire come abbiamo visto: Montaldo rifiuta l'incarico già accettato, il caos regna sovrano.
Questa estate del 2010 ci consegna così due tracolli che sembrano fatti apposta per simboleggiare il tramonto di un'intera classe dirigente riminese, che comprende la politica come gli imprenditori come le banche. Sul versante "popolare", la vicenda della scomparsa della Rimini Calcio. Sul fronte culturale, la debacle della Fondazione Fellini. Oltre agli aspetti che coniugano il tragico al ridicolo, le due vicende hanno in comune una desolante dimostrazione di incapacità a gestire patrimoni comuni, che sono culturali e sociali, oltre che economici.
Lavoro irregolare, Rimini come il sud
In un articolo dell'Espresso, Massimiliano Chieppa, direttore del servizio ispettivo del Dipartimento del lavoro di Rimini, dichiara che in Romagna "il 70-80 per cento delle attività che controlliamo ha delle irregolarità". Gli ispettori del lavoro in provincia di Rimini sono 26 (compreso il nucleo dei Carabinieri) e controllano le oltre 4.000 attività su segnalazione da parte dei lavoratori oppure nei confronti di aziende con precedenti. Quest'anno a luglio le denunce sono aumentate del 50%. Da giugno a fine agosto nel 2009 erano state 106, mentre quest'anno sono già 156. I motivi di denuncia più frequenti sono i prospetti paga non corrispondenti alla realtà e la retrodatazione. Le realtà più problematiche sono negli hotel a tre stelle. Una situazione molto simile al Sud Italia. "Il salto culturale, dagli anni '60 in poi - conclude Chieppa - qui non c'è stato".
Fondazione Fellini, se ne va anche Sesti
Anche Mario Sesti ha rinunciato al suo incarico nel consiglio di amministrazione della Fondazione Fellini. "Dopo le dimissioni di Boarini non è serio che io rimanga", ha dichiarato il direttore della sezione Extra del Festival del Cinema di Roma. La situazione si ingarbuglia così ulteriormente. Dopo le dimissioni del presidente Pupi Avati, del vice Giuseppe Chicchi, il clamoroso dietrofront di Giuliano Montaldo che ha rifiutato la presidenza, le conseguenti dimissioni del direttore Vittorio Boarini. E soprattutto, con gli 800 mila euro di debiti che gravano sul bilancio, i contrasti fra i tre soci: Comune e Provincia di Rimini, Fondazione Carim.
Meno male che Napolitano c'è
Davvero in politica non si può mai sapere...
..e anche Fini ci mette del suo
Se nel 1991 qualcuno mi avesse detto che l'appena rieletto segretario del neo-fascista Movimento Sociale sarebbe diventato, dieci anni dopo, Vicepresidente del Consiglio, gli avrei riso in faccia. Gli avrei addirittura dato del provocatore se avesse anche "insinuato" che, trascorso un ulteriore decennio, mi sarei trovato a solidarizzare col Fini Presidente della Camera, impegnato ad affiancare un Capo dello Stato "antifascista doc" nella difesa della Costituzione e dell'onore della Repubblica, contro gli assalti di un mediocre "cumenda milanes" che, reso ricchissimo dalle protezioni godute nei suoi traffici affaristici, avrebbe successivamente intrapreso l'invereconda carriera di "politicante fai da te" che oggi sta concludendo in preda ad una psicogena ossessione: comprare con i propri soldi anche l'Italia, per avere la sicurezza che i suoi "bravi" Alfano e Ghedini possano garantirgli di non essere mai più chiamato a regolare i tanti conti che ha aperti con la Giustizia. E poiché "l'odierno Fini" teorizza una destra che rispetti le regole democratiche e rifiuti la "politica-mercato", merita pertanto di subire - quando si dice la nemesi storica! - lo squadrismo giornalistico di questi giorni. Analogamente, se il Presidente della Repubblica si limita a ricordare che può sciogliere le Camere solo nel caso di comprovata inesistenza di ogni maggioranza parlamentare (un'elementare nozione di educazione civica, prima che di diritto) ecco levarsi un gracchiare di cornacchie con annesso gioco della parti.
Lo inizia il reliquato Bossi, che alla "sagra estiva del peto" di Pontida (quella invernale è dedicata allo scaccolamento nasale) grugnisce la delirante minaccia di «venti milioni di padani in piazza a chiedere elezioni anticipate», cui segue la dichiarazione all'olio di ricino del "camerata Bianconi" che accusa Napolitano di «tradire la Costituzione», salvo poi giustificarsi con una sospetta bugia: «mica sono deficiente». Si passa quindi al "Lodo Giuda", con il caramelloso Capezzone che finge una presa di distanza dagli eccessi polemici, ribadendo che se Berlusconi cade sarà il voto anticipato - «lo vuole il popolo» - la sola scelta consentita a Napolitano, al quale però (non ridete) va l'affetto del PDL: un esempio di quello che in meccanica si chiama il "servo freno"!
Il caso-Fini presenta un aspetto consolante, perché ci ricorda che in politica, come nella vita, nulla può considerarsi irreversibile, immodificabile o immune dal grande vento della trasformazione, imprevedibile quanto salutare. Ma è anche un'occasione per l'insorgere di inquietanti dubbi. Ora, se è vero che la più concreta "analogia operativa" fra il regime sognato da Berlusconi e quello realizzato da Mussolini consiste nell'essere entrambi muniti di un fratello editore a far da guardia-spalle (Arnaldo al "Popolo d'Italia", Paolo al "Giornale"), diventa però inevitabile chiedersi: qualora Mussolini avesse potuto disporre dell'attuale strapotere padronale di Berlusconi nel campo dell'informazione, essendo per di più sodale di Previti e Dell'Utri, avrebbe ugualmente avuto bisogno dei servigi di Dumini o gli sarebbe bastato un manganellatore mediatico alla Feltri? E se, anziché con Presidenti della tempra di Scalfaro, Ciampi e Napolitano, Berlusconi avesse avuto a che fare con una riedizione di Re Pipetta, lo stuoino di Mussolini, siamo sicuri che "Meno male che Silvio c'è" non sarebbe oggi il nuovo inno nazionale dell'Italia in camicia azzurra?
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